Buongiorno a tutti e a tutte, come sempre andremo ad analizzare quanto è successo sui mercati nel mese di marzo 2026, andando ad approfondire le implicazioni delle tensioni in Medio Oriente.
Come sono andati i mercati in questo mese?
Buongiorno a tutti e a tutte, come sempre andremo ad analizzare quanto è successo sui mercati nel mese di marzo 2026, andando ad approfondire le implicazioni delle tensioni in Medio Oriente.
Azionario
S&P500: -5,13% (LINEA BLU)
FTSE MIB: -4,25% (LINEA VERDE)
DAX (30 titoli tedeschi a maggior capitalizzazione): -7,94% (LINEA ROSSA)
NASDAQ: -5,09% (LINEA ARANCIONE)
Dopo un avvio di anno positivo, l’azionario ha avuto un brusco rallentamento nel mese di marzo. Le tensioni geopolitiche hanno portato a vendite diffuse sui principali listi azionari globali, con l’ultimo giorno del mese di marzo che ha visto un deciso rally in seguito a notizie di una possibile negoziato tra Iran e Stati Uniti.
Obbligazionario
GOVERNATIVO USA SCADENZA 20+: -3,25% (LINEA BLU)
BTP10 ANNI: -3,87% (LINEA ARANCIONE)
BTP SCADENZA 1-3 ANNI: -0,87% (LINEA VERDE)
GOVERNATIVO USA SCADENZA 1-3 ANNI: +1,05% (LINEA ROSSA)
Le aspettative di un conflitto più duraturo del previsto (e quindi di prezzi del petrolio più alti), hanno portato le banche centrali ad un tono più cauto, con gli investitori che hanno iniziato a prezzare una FED e una BCE più aggressive. Tassi fermi o in rialzo hanno impatti negativi per i bond a lunga duration, con i Treasury ed i Btp con duration superiore ai 10 anni che hanno perso tra il 3 e il 4% nel mese di marzo 2026. Bene invece i Treasury a breve che, con il rafforzamento del dollaro, hanno avuto un mese positivo per gli investitori europei.
Materie prime
GAS NATURALE: -0,44% (LINEA VERDE)
ORO: -12,18% (LINEA BLU)
PETROLIO: +37,61% (LINEA ARANCIONE)
Sul fronte delle commodity l’oro ha avuto un fortissimo calo; con il rafforzamento del dollaro e la crescita dei rendimenti, gli investitori hanno venduto il metallo prezioso per spostarsi su asset class meno volatili. La chiusura dello stretto di Hormuz ha permesso al petrolio di crescere di più del 37%: la riduzione dell’offerta e le aspettative di un conflitto duraturo hanno portato gli investitori a comprare l’oro nero, cresciuto in scia alle tensioni in Medio Oriente.
Cos’è successo sui mercati questo mese?
Il mese di marzo 2026 ha rappresentato uno spartiacque per i mercati finanziari. Non tanto per l’evento in sé – l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran – quanto per la velocità con cui si è passati da uno scenario di relativa stabilità a uno di forte incertezza. Nel nostro approfondimento dedicato agli sviluppi geopolitici abbiamo analizzato nel dettaglio la sequenza degli eventi e il loro impatto diretto su energia, inflazione e mercati.
Ma c’è un secondo livello di lettura, più sottile e probabilmente più importante nel medio periodo: il tema della credibilità politica degli Stati Uniti, e in particolare della figura di Donald Trump, tematica che approfondiremo in questo articolo del mese.
Andiamo con ordine. Se guardiamo ai numeri, la reazione dei mercati azionari in questo mese di marzo è stata meno violenta di quanto ci si potesse aspettare, considerando che il petrolio ha registrato un forte rialzo, arrivando a segnare movimenti superiori al +50% rispetto ai livelli di inizio anno.
Le borse hanno corretto, ma in modo disomogeneo, recuperando parte delle perdite nell’ultima seduta borsistica del mese. L’Europa e l’Asia sono state le aree più penalizzate, mentre gli Stati Uniti hanno mostrato una tenuta relativa, grazie sia alla componente tecnologica sia alla loro maggiore indipendenza energetica.
Anche il comportamento degli asset rifugio è stato meno lineare del previsto. L’oro, invece di salire, ha subito pressioni al ribasso in alcune fasi, a causa di dinamiche di liquidità e margin call. Il dollaro si è rafforzato, ma più per ragioni strutturali legate al differenziale energetico che per puro “flight to quality”.
Tutto questo ci porta a una prima considerazione: i mercati oggi sono molto più sofisticati nel distinguere tra shock temporanei e cambiamenti strutturali. E proprio qui entra in gioco il tema della credibilità.
Nel corso di marzo è emerso con chiarezza un elemento che i mercati stanno iniziando a prezzare: la distanza tra comunicazione politica e realtà operativa.
Trump ha costruito gran parte della sua strategia su una comunicazione forte, spesso aggressiva, orientata a trasmettere controllo e determinazione. Tuttavia, nel caso del conflitto con l’Iran, si è creata una dissonanza evidente. Da un lato dichiarazioni su possibili aperture diplomatiche e negoziati imminenti. Dall’altro un’escalation militare progressiva, con attacchi mirati e un ampliamento del fronte regionale. Questo tipo di incoerenza ha un effetto preciso sui mercati: non genera necessariamente volatilità immediata, ma aumenta l’incertezza sul processo decisionale. E quando gli investitori non riescono a prevedere la direzione delle scelte politiche, richiedono un premio per il rischio più elevato.
Un secondo elemento riguarda il consenso interno. I dati mostrano una base elettorale ancora solida, ma una crescente divisione dell’opinione pubblica americana sulla gestione del conflitto. Questo è un passaggio chiave, perché introduce una variabile politica nel ciclo economico: la sostenibilità delle scelte nel tempo.
Il grafico 1, tratto dal The Economist, ci mostra l’andamento della fiducia degli americani nei confronti del proprio presidente. Come evidenziato dal grafico, dal suo insediamento ad oggi, la fiducia degli elettori statunitensi sta via via svanendo, con il conflitto in Iran che ha ridotto ulteriormente la “popolarità” del presidente Trump tra gli elettori, apparentemente preoccupati dal comportamento scellerato del loro leader.
Grafico 1- Il tasso di approvazione degli elettori americani, Trump ai minimi storici
Fonte: The Economist
L’analisi del The Economist evidenzia come il tasso di disapprovazione degli americani sia cresciuto nel corso del mese di marzo, con il presidente Trump ritenuto non più credibile dalla maggior parte degli americani. Rispetto al suo primo mandato e rispetto al suo predecessore, Biden, il Trump-bis sta avendo il maggior tasso di disapprovazione mai registrato negli ultimi due mandati.
A non piacere agli americani sono state le scelte dell’attacco congiunto con Israele all’Iran. Perché? Perché a differenza di altri conflitti “lontani”, questo conflitto è stato per gli americani molto “vicino”; il canale di trasmissione tra geopolitica e mercati è e resta infatti quello macroeconomico, a cui gli investitori (e gli elettori statunitensi) stanno guardando con preoccupazione. Il rialzo del petrolio e del gas si traduce rapidamente in pressione inflattiva. In una fase dove l’inflazione stava rientrando verso i livelli target, la scelta di timing di Trump non è piaciuta agli americani.
Con ulteriori apprezzamenti delle materie prime (in conseguenza ad un conflitto più duraturo), l’impatto potrebbe diventare significativo. Inflazione più alta implicherebbe una FED più aggressiva e rialzi dei tassi andrebbero a danneggiare gli americani. Con questa chiave di lettura differente è possibile capire perché il presidente Trump, come da copione, dopo aver attaccato l’Iran, abbia cercato in tutti i modi di trovare un negoziato con l’Iran.
Nelle ultime ore del mese e nel passaggio tra il 31 marzo e il 1° aprile si è concentrata una dinamica particolarmente interessante, che rafforza ulteriormente la chiave di lettura sviluppata fin qui: quella della credibilità e della coerenza politica come variabile centrale per i mercati.
Il 31 marzo Trump ha dichiarato che il conflitto con l’Iran potrebbe concludersi “nel giro di due o tre settimane”. Una presa di posizione molto netta, che ha immediatamente influenzato il sentiment degli investitori, contribuendo al rimbalzo di fine mese sugli asset rischiosi e a una temporanea stabilizzazione delle aspettative sulle materie prime energetiche.
Anche in questo caso emerge però una dinamica già vista nelle settimane precedenti: a fronte di dichiarazioni distensive, sul piano operativo non si è osservato un reale disimpegno immediato. Le tensioni nell’area mediorientale sono rimaste elevate e la possibilità di un’escalation non è stata completamente esclusa dai principali attori coinvolti. Questo ha mantenuto il mercato in una condizione di “attesa attiva”, dove ogni dichiarazione politica ha un impatto significativo ma al tempo stesso viene scontata con crescente cautela.
Il punto chiave è proprio questo: i mercati non reagiscono più in modo lineare alle dichiarazioni, ma iniziano a pesare la probabilità che queste si traducano effettivamente in azioni concrete. Rispetto quindi ai mesi passati, dove ogni dichiarazione del presidente statunitense era considerata come tale e i mercati reagivano con immediatezza, in questo mese di marzo abbiamo assistito ad una progressiva perdita di credibilità di Donald Trump, sempre più divisivo e controverso.
Cosa possiamo imparare dagli avvenimenti di quest’anno?
Prevedere l’evoluzione dei mercati, le scelte ed i dietrofront di Trump e lo scenario di brevissimo periodo è esercizio complicato. Come abbiamo visto durante il mese di marzo è bastato un tweet di Trump riguardante l’avvio di (probabili) negoziati con l’Iran per far rimbalzare i mercati azionari, per poi farli ritracciare con dichiarazioni successive ed infine farli ri-rimbalzare nell’ultima seduta del mese.
L’imprevedibilità e la sempre minor credibilità del presidente americano sono un fattore transitorio che, in caso di ribassi momentanei, rappresentano occasioni di ingresso in ottica di lungo periodo.
Perché? Perché il presidente americano ha l’obiettivo di riportare il consensus dalla sua parte e negli anni si è “acquisito” il consenso degli elettori evidenziando la performance dei mercati azionari sotto la sua presidenza. Per Trump infatti la cartina di tornasole per misurare l’efficacia del suo mandato sono i mercati azionari e per questo motivo non è suo obiettivo creare dinamiche che vadano ad impattare significativamente il corso dei listini azionari. Ecco perché negli ultimi anni a ribassi dei mercati (causati da sue decisioni) sono seguiti forti rialzi (in conseguenza a suoi “dietrofront”).
In un contesto come quello attuale, così come nei mesi precedenti, occorre navigare a vista senza distogliere l’attenzione dai propri obiettivi di investimento. Le notizie di breve sono e restano rumori di fondo in ottica di lungo periodo.




