Mercati selettivi, calo di alcuni settori tech e conflitto in Iran. Cos’è accaduto sui mercati a febbraio 2026?

Buongiorno a tutti e a tutte, come sempre andremo ad analizzare quanto è successo sui mercati nel mese di febbraio 2026, andando a vedere cos’ha influenzato l’andamento dei principali listini azionari e obbligazionari globali.

Come sono andati i mercati in questo mese?

Buongiorno a tutti e a tutte, come sempre andremo ad analizzare quanto è successo sui mercati nel mese di febbraio 2026, andando a vedere cos’ha influenzato l’andamento dei principali listini azionari e obbligazionari globali.

Azionario

S&P500: -1,38% (LINEA BLU)
FTSE MIB: +2,61% (LINEA VERDE)
DAX (30 titoli tedeschi a maggior capitalizzazione): +1,96% (LINEA ROSSA)
NASDAQ: -3,91% (LINEA ARANCIONE)

 

 

Dopo un mese di gennaio positivo per l’azionario statunitense, il mese di febbraio ha visto un movimento lateral-ribassista. Lato azionario europeo invece, inflazione sotto controllo,  stabilità della crescita economica e risultati economici positivi per alcune Big Cap, hanno portato i listini del Vecchio Continente ad una chiusura del mese in rialzo. 

Obbligazionario

GOVERNATIVO USA SCADENZA 20+: +4,93% (LINEA BLU)
BTP10 ANNI: +1,73% (LINEA ARANCIONE)
BTP SCADENZA 1-3 ANNI: +0,26% (LINEA VERDE)
GOVERNATIVO USA SCADENZA 1-3 ANNI: +0,38% (LINEA ROSSA)

 

I rendimenti a lunga scadenza in calo hanno portato al rialzo le obbligazioni con duration più elevate, sia lato europeo che lato Stati Uniti.  La parte lunga della curva si è quindi spostata verso il basso, così come la parte a breve. 

Materie prime

GAS NATURALE: -13,40% (LINEA VERDE)
ORO: +13,25% (LINEA BLU)
PETROLIO: +8,52% (LINEA ARANCIONE)

 

 

Sul fronte delle commodity l’oro ha rimbalzato dopo il forte calo di fine gennaio. La situazione geopolitica ha contribuito alla continuazione del trend positivo per il metallo prezioso. Anche il petrolio ha beneficiato delle tensioni geopolitiche, con la chiusura dello stretto di Hormuz che sarà catalizzatore importante per l’andamento del prezzo dell’oro nero.

Cos’è successo sui mercati questo mese?

Febbraio 2026 non è stato il mese di uno shock macro improvviso né di un cambio drastico nei fondamentali economici. È stato, piuttosto, il mese in cui è cambiato il modo in cui il mercato prezza il rischio. Le variabili che hanno guidato i movimenti sono state tre: tassi reali, dollaro e rischio geopolitico/commerciale. Attorno a questi tre assi si è sviluppata una rotazione importante tra settori, aree geografiche e stili di investimento.

Sul fronte azionario, il mese è stato caratterizzato da una forte dispersione. Gli indici americani hanno alternato fasi di rimbalzo a momenti di avversione al rischio, con il Nasdaq più volatile rispetto all’S&P 500. Non abbiamo assistito a un crollo generalizzato della tecnologia, ma a una rotazione interna molto significativa. Dopo mesi di rally quasi indiscriminato legato all’intelligenza artificiale, il mercato ha iniziato a distinguere in modo più netto tra chi controlla infrastruttura e componenti critici – semiconduttori, memoria, EDA, data center – e chi opera in segmenti software più facilmente replicabili o più esposti alla compressione dei margini. L’introduzione di nuovi strumenti AI sempre più autonomi ha alimentato il timore che parte del valore lungo la catena possa essere redistribuito, generando un repricing violento dei multipli nei titoli più affollati. Non è stata una crisi dell’AI, ma un passaggio da fase euforica a fase selettiva: il mercato continua a credere nel trend strutturale, ma richiede maggiore visibilità sulla monetizzazione e sul vantaggio competitivo.

Mentre negli Stati Uniti la narrativa è stata dominata da AI e tassi, in Europa i mercati azionari hanno registrato la loro ottava mensilità positiva consecutiva, sostenuti da dati sugli utili migliori delle attese e da risultati da parte di aziende come HSBC, Nestlé e Capgemini, che hanno contribuito a ridurre il sentiment di rischio.

Questo elemento va a rafforzare l’idea di dispersione geografica: non tutti i mercati rispondono allo stesso modo alle stesse narrative, e l’Europa (in un contesto di utili solidi e inflazione sotto controllo) ha continuato a trovare terreno favorevole, risultando meno volatile e suscettibili a cambi di narrativa.

Lato valutario, il rafforzamento del dollaro nella prima parte del mese ha avuto un impatto immediato su metalli preziosi e asset più finanziarizzati. La correzione sull’argento (vedi grafico 1) ha evidenziato quanta leva e quanta componente speculativa fossero presenti nel comparto. 

Grafico 1 – L’andamento dell’argento da inizio anno

 Grafico 1 – L’andamento dell’argento da inizio anno

Fonte: Tradingview

Quando il driver è il tasso reale, i movimenti possono diventare molto più rapidi dei fondamentali sottostanti. Successivamente l’oro ha beneficiato del ritorno di aspettative più accomodanti sui tassi, ma il messaggio è stato chiaro: in un contesto in cui i tassi reali oscillano, la volatilità sulle commodity finanziarie resta elevata.

Sul fronte obbligazionario, febbraio è stato un mese dominato proprio dai tassi reali e dal term premium. Nella prima parte del mese i Treasury hanno beneficiato nei momenti di risk-off, ma il mercato ha progressivamente ridimensionato l’idea di un percorso di tagli aggressivi e lineari da parte della Federal Reserve. I dati macro statunitensi hanno confermato un rallentamento ordinato: crescita meno brillante rispetto ai trimestri precedenti, mercato del lavoro che si raffredda senza deteriorarsi bruscamente, consumatore più fragile nelle fasce medio-basse e aumento delle morosità su carte di credito. Non siamo in una fase recessiva, ma in un contesto in cui la crescita perde slancio e diventa più dipendente dall’effetto ricchezza e dalla parte alta della distribuzione dei redditi. Questo equilibrio fragile spiega perché il mercato alterni rapidamente sedute di sollievo a momenti di avversione al rischio.

A complicare il quadro si sono aggiunte le tensioni tra Stati Uniti e Iran. Le tensioni hanno riportato il petrolio al centro dell’attenzione, con il mercato che ha iniziato a incorporare un rischio più elevato sulle rotte energetiche. Il punto cruciale non è tanto il livello del prezzo del barile, quanto l’effetto sulle aspettative di inflazione e quindi sui tassi reali. Se il premio energetico dovesse persistere, la Federal Reserve avrebbe meno spazio per un allentamento rapido e i titoli growth a lunga duration risulterebbero più vulnerabili. Anche in questo caso non si è visto panico sistemico, ma una crescente sensibilità ai driver macro-finanziari.

Il rischio geopolitico è stato decisamente rivalutato in conseguenza degli attacchi contro obiettivi in Iran di sabato 28 febbraio, avvenuti a mercati chiusi, aumentando i rischi di una possibile escalation. La trasmissione all’economia reale è stata immediata: Israele e Iran hanno chiuso i rispettivi spazi aerei e diverse compagnie hanno cancellato o dirottato i voli in tutto il Medio Oriente, comportando rotte più lunghe, un maggiore consumo di carburante e interruzioni operative per i vettori internazionali. Nel settore delle materie prime sarà cruciale capire se lo shock evolverà in un problema strutturale di offerta o logistica. Al momento l’OPEC+ starebbe valutando un aumento della produzione superiore a quanto pianificato in occasione del prossimo vertice, come cuscinetto preventivo per contenere il premio al rischio sul petrolio qualora le tensioni dovessero persistere. 

Lo scenario base del mercato rimane quello di una “escalation contenuta”, ma la morte di Khamenei aumenta la probabilità di una funzione di reazione più erratica; finché non vi sarà una lettura più chiara sulla strategia di ritorsione dell’Iran e sulla portata del coinvolgimento degli Stati Uniti, ci sarà un’elevata sensibilità alle notizie e fasi intermittenti di avversione al rischio (risk-off), con il settore petrolifero e quello dei viaggi/aviazione che rappresentano i canali di trasmissione più immediati.

Cosa possiamo imparare dagli avvenimenti di quest’anno?

Nel complesso, febbraio è stato il mese in cui il mercato è diventato meno “corale” e più tecnico. L’AI non sale più in modo indiscriminato, i dazi non rappresentano più un rischio inflattivo immediato ma restano una fonte di incertezza episodica, l’energia torna a essere una variabile macro e il dollaro agisce da amplificatore di volatilità. Non è cambiata la direzione di lungo periodo, ma è aumentata la selettività. Ed è proprio in mesi come questo che emerge la differenza tra inseguire il movimento del momento e mantenere una struttura di portafoglio coerente con orizzonte temporale e profilo di rischio.

La lezione di febbraio è importante: pianificazione, ingressi graduali a mercato e diversificazione sono fondamentali per navigare questi mercati. Saper distinguere i rumori di fondo (notizie che non hanno impatto per i mercati) dai driver che effettivamente muovono i listini azionari ed obbligazionari globali è fondamentale per far sì che l’emotività non prenda il sopravvento, soprattutto in contesti dove le notizie geopolitiche sono dominanti. 

L’emotività, il pensare di prevedere con certezza il futuro prossimo e la foga sono i principali nemici dell’investitore di lungo periodo che deve sempre restare focalizzato sui propri obiettivi per una navigazione tranquilla.